Gruppi di sviluppo

Gruppi di sviluppo

L’attenzione al processo è il solo aspetto veramente peculiare del gruppo esperienziale;
dopo tutto vi sono molte attività sancite socialmente in cui poter esprimere le proprie emozioni,
aiutare gli altri, dare e ricevere consigli, confessarsi e scoprire somiglianze tra sé e gli altri.
Ma in quale altro luogo è permesso, anzi è incoraggiato, commentare, in profondità,
sul comportamento “qui e ora”,
sulla natura della relazione che si va verificando in quel momento tra le persone?” (Y.D. Yalom, 2005)

Questa pagina è dedicata a chi intende partecipare ad un gruppo di sviluppo, per una maggiore comprensione del senso dell’esperienza.
Esiste una vasta letteratura specialistica sulla metodologia del gruppo, tuttavia ho scelto di utilizzare le parole delle persone – che ringrazio per la disponibilità – che raccontano la propria personale esperienza vissuta con il gruppo, in linea con l’idea che una delle principali funzioni del gruppo sia proprio quella di auto definirsi.
Nella realtà della pratica non esiste “il gruppo” se non come un’entità concettuale, astratta; ciò che esiste, invece, come qualcosa di concretamente vitale è “questo gruppo”. È proprio “questa conformazione unica” di persone, così come si svolge nel flusso dell’esperienza, continuamente in trasformazione, a dare senso all’esperienza stessa.

Calendario Gruppo Roma 2024
Dott. Luca Barletta

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Claudia, dicembre 2023
Parte prima – Sistemi chiusi/spazi aperti
I sistemi chiusi hanno una loro specifica grammatica: penso per esempio alla chiesa, all’esercito, alle tifoserie, alla coppia, alla famiglia cosiddetta tradizionale, ai videogiochi. All’interno di questi sistemi si utilizza un certo linguaggio, che discende da regole più o meno esplicite. Ho fatto esperienza diretta di alcuni di questi sistemi, in qualche caso standoci dentro, in altri da osservatrice esterna ma coinvolta, e negli anni è diventata sempre più limpida questa consapevolezza di grammatiche ingabbianti. Nelle varie famiglie spesso le strutture di pensiero e di linguaggio sono ricorrenti: più volte ho avuto la percezione – nel mio nucleo d’origine, così come in altre famiglie o coppie – di una reiterazione quasi automatica di modi di parlarsi inefficaci se non proprio logoranti per la relazione. Le confessioni religiose e l’esercito hanno le loro ritualità e regole che naturalmente si riflettono anche nel linguaggio. Certe tifoserie, per come la vedo io, sono né più né meno altre forme di religione (si parla infatti di “fede calcistica”).

Quanto ai videogiochi, voglio raccontare una piccola storia: qualche giorno fa sono stata a un pranzo a casa di mia zia e, oltre a mia nipote Giada di tre anni e mezzo, c’erano anche i figli dei miei due cugini: Ennio e Grazia, di dieci e otto anni, e Valerio, di undici anni. Grazia, Giada e io abbiamo giocato insieme tutto il tempo. Grazia è stata fortemente creativa e attenta a coinvolgere nel modo giusto Giada, molto più piccola di lei; ha proposto giochi interessanti e ogni gioco è stato anche uno stimolo a far emergere altro e a incentivare uno scambio affettuoso tra di noi. Insomma, il gioco è stato in quel caso uno strumento e non un contenitore ermetico: in qualunque momento potevamo uscire dalla grammatica specifica di quel gioco ed entrare in altre sfere di senso e di sensi. Valerio ed Ennio sono invece stati tutto il tempo chiusi nei videogiochi sui loro cellulari, e anche quando interagivano tra di loro continuavano a parlare lo stesso linguaggio dei videogiochi, che ha ovviamente anche un suo lessico (grindare, castare, buildare…). Per fortuna so per certo che i miei nipoti fanno anche molte altre cose, ma quel giorno la differenza tra il loro e il nostro giocare è stata illuminante per alcune mie riflessioni.

Fin da piccola – ma allora non avevo gli strumenti per capirlo – sono sempre stata inadatta e refrattaria ai sistemi chiusi e a un certo concetto di “senso di appartenenza”. Negli anni mi sono cucita addosso un modo di vivere che mi desse la bella sensazione di un paio di scarpe comode. Anche gli ambienti chiusi e affollati mi vanno spesso stretti, e infatti tuttora mi congedo presto dalle situazioni confusionarie molto prolungate: per dire, mi piace andare a un concerto rock e anche pogare, mentre invece dopo qualche ora di chiacchiericcio a voce alta in un luogo chiuso sfodero il mio sorriso migliore, saluto ed esco. Fino ai miei venticinque anni circa sono stata una persona empatica (almeno a detta degli altri) e tutto sommato capace di stare in compagnia, ma tendenzialmente solitaria e in fuga dalle relazioni che percepivo come vincolanti.  Poi è cominciata l’esperienza con la mia associazione fondata con una decina di amici nel 2008; volevamo costruire uno spazio saldo nei princìpi fondamentali di rispetto e cura verso ogni forma di vita ma estremamente fluido nelle sue specifiche declinazioni. Noi cambiamo, il mondo cambia, come può uno spazio restare sempre uguale a sé stesso? Grazie all’associazione negli anni ho interagito con centinaia di persone spesso sconosciute, organizzando laboratori e iniziative varie, sperimentando un lato sociale di me che avevo sempre tenuto un po’ congelato. Di sicuro questo è stato un apprendimento fondamentale per me, ma c’era ancora molto da fare nella sfera dell’entrare in connessione profonda e del rimanere.

Quando cominciai il percorso individuale il mio sguardo era comunque troppo autoreferenziale: ero scappata da tutte le grammatiche sgradite ma me ne ero costruita una del tutto personale che alla fine era diventata puntualmente una gabbia.

Ora, mi pare straordinario che un gruppo di persone che si incontra regolarmente in una stanza non assomigli minimamente a un sistema chiuso. La bellezza di questo gruppo mi riporta infatti al pomeriggio di giochi con Grazia e Giada: utilizziamo strumenti, linguaggi, mezzi espressivi sempre diversi, e lo sguardo su noi stessi e sul mondo resta aperto come su un paesaggio di montagna. Ecco, per me voi siete questo: aria buona, pensieri liberi, possibilità.

Parte seconda – Le possibilità sperimentate fino a ora nel gruppo
1. Ipoteticamente qualunque persona esistente potrebbe essere parte del gruppo. Questa consapevolezza ha cambiato il mio sguardo sull’umanità e sui singoli individui perché – anche quando non conosco la storia di una persona – tendo a considerare il fatto che ne esiste sicuramente una; e che questa storia ha plasmato quella persona in un certo modo, anche nelle sue asperità, che cerco di maneggiare con delicatezza, come se si trattasse di uno di voi. Nel film animato Kirikù e la strega Karabà, del 1998, il piccolo Kirikù scopre che la strega Karabà odia l’umanità e si comporta di conseguenza poiché soffre giorno e notte per via di una spina avvelenata che le è stata conficcata nella schiena; non riesce a togliersela da sola ma non vuole comunque che sia fatto perché pensa che così perderebbe i poteri magici e che proverebbe di nuovo il terribile dolore che ha già patito una volta. Con un espediente Kirikù le strappa via la spina e lei sente sì un grandissimo dolore, ma subito dopo riemerge la sua parte buona e gentile.Non sono così ingenua da pensare che questo sia un metodo infallibile con tutti, ma sicuramente quando lascio prevalere un atteggiamento compassionevole mi sembra proprio che cambi la qualità dell’aria, e se non altro mi sento meglio io. Poi, certo, ho i miei momenti da orso marsicano e in quei momenti sogno l’estinzione di massa.

2. I singoli membri del gruppo hanno caratteristiche che mi ricordano persone che frequento fuori dal gruppo. Questa è una grandissima risorsa, perché quelle stesse caratteristiche che in amici e parenti mi vanno per così dire contropelo (tanto per rimanere nella metafora dell’orso), nel gruppo ho la possibilità di non prenderle sul personale. Certi aspetti caratteriali restano comunque molto distanti dal mio modo di essere ma nel gruppo posso farne esperienza senza il peso del retroterra che spesso grava sui rapporti interpersonali. Così quelle stesse differenze tra me e l’altro, che molte volte sono motivo di un attrito fine a sé stesso – o che comunque creano un attrito prima di portare a qualcosa di costruttivo –, diventano invece punti di vista completamente diversi che arricchiscono il mio sguardo sulle cose. E grazie a questo sono portata a rileggere alcuni comportamenti delle persone a me vicine con curiosità e apertura, mettendo da parte – quando ci riesco – ogni pregiudizio.

3. Il gruppo per me è un laboratorio in cui esercitarmi a utilizzare un linguaggio che sia il più possibile mio. In particolare mi sto allenando a non usare termini appartenenti ad aree semantiche lontanissime dal mio sentire, e cioè soprattutto quella religiosa, quella bellica e quella finanziaria. Le parole danno forma ai pensieri perché per me la forma è la sostanza, e sto facendo una grandissima bonifica del mio vocabolario per riappropriarmi di parole più vicine a me. Quindi cerco di scegliere un’altra parola o esclamazione ogni volta che mi viene da dire: oddio, madonna mia, affrontare qualcuno o qualcosa, sconfiggere una malattia, investire in una relazione, fare un bilancio della propria esistenza e così via. Sto anche provando a non usare le iperboli, e quindi non faccio ottomila cose ma cinque, sei, sette o svariate; una certa cosa non mi fa impazzire ma mi entusiasma, mi piace, mi emoziona; non sto morendo di fame ma ho molta fame. Eccetera eccetera.
Ogni volta che mi correggo – internamente o esplicitamente – riporto la mia esistenza su un piano più sobrio, ridimensionato, a mia misura. Perché se io muoio di fame quando alle undici del mattino sento un buco allo stomaco e puntualmente lo posso colmare, allora quali parole esistono per descrivere una persona che davvero sta morendo di fame? Due piccole aggiunte al punto 3 (dato che ero stata breve):
– Se in molti casi sento la necessità di ridimensionare e snellire, in altri invece mi impegno a ripristinare quelle piccole particelle – come gli articoli e le preposizioni – che sempre più tendiamo a trascurare. Mi piace dire “ci vediamo la settimana prossima” e non “ci vediamo settimana prossima”, oppure “devo comprare la crema per le mani” e non “la crema mani”. I motivi per cui lo faccio sono diversi, un po’ è una questione di cura dei dettagli, di resistenza alla sciatteria, ai linguaggi pubblicitari, alla fretta. E poi, dato che non sono per niente patriottica, c’è quella che mi piace chiamare biodiversità linguistica. Insomma, l’italiano avrebbe – come tutte le lingue – una sua musicalità; e allora perché appiattirlo rinunciando a una specificità che – come tutte le altre in questo mondo – è preziosa?
– Riguardo alla descrizione della realtà faccio un esempio che riguarda un mio cambiamento relativamente recente e che può fare da modello per moltissimi altri aspetti della vita: se piove o il cielo è coperto, il tempo non è brutto, non fa schifo, ma è piovoso o nuvoloso. Per me è stata una svolta e addirittura è quasi scomparsa la mia meteoropatia. Mi fermo qui (per ora).

4. E non sarà che questo uso di un linguaggio esorbitante viene anche da un’urgenza di essere ascoltati, presi in considerazione? Non di rado facciamo esperienza di un interessamento da parte degli altri che nasconde una curiosità morbosa, oppure, al contrario, dell’impossibilità di ricevere un ascolto attento e accogliente. Il rumore di fondo, i tempi convulsi della città, i modi di vivere alienanti che caratterizzano la vita di molti inaridiscono le relazioni, che invece avrebbero bisogno di essere coltivate, e questa parola presa in prestito dalla campagna è importante perché restituisce un’idea di tempo e cura che dovremmo riprenderci con decisione. Il gruppo è un luogo in cui non entrano la fretta, le interferenze esterne, le sollecitazioni acustiche dei dispositivi elettronici, e nel quale possiamo restare in silenzio senza essere incalzati con domande indiscrete, così come possiamo essere ascoltati senza la necessità di alzare la voce.

Grazie a chi rende possibile tutto questo. Grazie a (in rigoroso ordine alfabetico) [segue elenco dei partecipanti presenti] ma anche a [segue elenco dei partecipanti passati] e a chiunque arriverà.

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